Odio il mio lavoro: cosa succede quando resti dove stai male

Ci sono frasi che arrivano dritte, precise, frecce lanciate da un arco.
Una di queste è: “Odio il mio lavoro.
Un’altra, si avvicina di molto, è: “Non ce la faccio più, odio lavorare.
È una realtà silenziosa, diffusa, normalizzata.
E se stai leggendo queste righe, forse in un punto della tua vita ci sei passata/passato anche tu. Prima di tutto, ci tengo a dirti che una situazione come quella descritta succede anche a molte delle persone che mi chiedono di accompagnarle nel percorso di orientamento alla carriera.

Per sapere di più sui miei servizi, puoi consultarli a questo link.

Anche i dati lo sottolineano: Secondo il Global Workplace Report di Gallup, solo il 10% dei lavoratori in Italia si sente davvero coinvolto nel proprio lavoro. Uno dei dati più bassi al mondo.
Il resto? Provano disimpegno, rassegnazione, stanchezza.
Una routine che svuota e che lentamente erode energia, entusiasmo, identità.

Cosa ti succede davvero quando resti in un lavoro che ti fa stare male?

Ti condivido l’esperienza di una mia cliente.

Quando l’ho conosciuta mi confidò che arrivava in ufficio già stanca.
Non perché non dormisse abbastanza, ma perché il suo corpo le mandava segnali precisi, che lei puntualmente non ascoltava.

“Mi sentivo come se portassi un peso costante sulle spalle.”
“Ogni silenzio mi pesava come un macigno, tanto che pensavo di odiare il mio lavoro.”
“L’unico momento vivo era la pausa alla macchinetta del caffè; ma poi tutto si affievoliva e mi sentivo senza stimoli”.
Queste sono alcune delle frasi che spesso mi ripeteva.

Tuttavia, le competenze erano buone. Così come funzionavano bene i rapporti interpersonali con alcune colleghe e colleghi. Forse vi erano picchi di lavoro e momenti di stress. Ma soprattutto, ciò che mancava, erano feedback e momenti di allineamento progettuale. Mancava la condivisione di uno scopo chiaro, capace di coinvolgere e di far sentire che gli sforzi fatti contribuivano a generare senso e collettività. La sensazione diffusa era come se tutte e tutti andassero per vie diverse. E per la mia cliente era tanto, era troppo.
Era il disallineamento.

E il disallineamento si sente così:

  • ti svegli e già senti un nodo allo stomaco;
    _entri al lunedì e non vedi l’ora che arrivi il venerdì tardo pomeriggio;
  • vivi in apnea, anche perché i turni di lavoro e le ferie arrivano sempre un attimo prima;
  • ti dici “è solo un periodo”, ma quel periodo dura da mesi, anche anni;
  • la sera ti senti molto scarica, scarico e sai che domani si ripete, tale e quale.

 

Tutto questo agire porta a una perdita di fiducia nelle tue stesse capacità; tanto che ti chiedi cosa sai fare fuori da quel ruolo. Ti scopri a pensare se sei tu il problema o se odi lavorare. E Il costo di questo malessere, come puoi comprendere, ha un peso enorme:
emotivo, fisico, relazionale.

Per esempio:
il corpo si irrigidisce (ascolta le spalle)
la mente si concentra solo lì (osservi il problema)
la tua creatività si spegne (i compiti si ripetono sempre)
le relazioni si impoveriscono (ti sei trovata, trovato a odiare tutti)
il tuo futuro non porta novità (ma da qui alla pensione deve essere proprio così?)

Eppure, si resta; perché il noto sembra più confortevole del nuovo. Perché ci sono delle sicurezze, come lo stipendio, il tipo di lavoro che conosci, il tipo di ambiente che sai come funziona.

Perché continui a fare un lavoro che non ti piace?

Ci sono almeno tre motivi principali.

1. Non sai (ancora) cosa vuoi davvero

Darsi il permesso di vivere il disorientamento è un punto di partenza.
Perché, nonostante la mancanza di direzioni spaventi, si possono trovare risorse e informazioni utili su di noi, proprio nel momento di maggior difficoltà.
La prima domanda con cui accolgo un cliente nel percorso di orientamento al lavoro è: “come ti senti, ora?”. Mentre la seconda è: “come vorrai sentirti nel tuo nuovo lavoro?

2. Il cambiamento richiede energia (e tu non la senti più)

Cambiare lavoro richiede:

  • tempo
  • esplorazione
  • strategia
  • capacità
  • formazione

 

Per prepararti a un nuovo lavoro o per un cambio di carriera, dovrai prenderti cura di te. Mangiare bene, riposare, riprendere il contatto con il tuo respiro, con il tuo corpo. Ascoltare i preziosi segnali che ti invia. Tutte queste azioni funzionano come una ricarica energetica.

3. Ti capita di confonderlo con la tua identità

Il lavoro non è tutto ciò che sei, e per fortuna. Ma influenza la tua identità, la tua vita affettiva e relazionale, la tua quotidianità. Quante volte ascolti persone che presentandosi, iniziano con: “Sono un manager” invece di “Svolgo il ruolo di manager, Lavoro come manager”:
Molte persone rimangono dove stanno male perché:

  • cambiare una radicata identità fa paura;
  • si sentono inadeguate in nuovi ruoli;
  • hanno perso fiducia in ciò che possono offrire;
  • credono di dover essere sempre forti.

La riflessione da portare qui è che nessuna e nessuno merita di restare in un luogo dove non può fiorire. Nessuna e nessuno dovrebbe trovarsi a pensare di odiare il proprio lavoro.

Come capire se il tuo lavoro non ti piace

Ecco i segnali più chiari, quelli che emergono con forza dai percorsi di orientamento al lavoro con le persone che accompagno nella scoperta del proprio potenziale.

1. Segnali fisici

  • hai tensioni muscolari;
  • dormi sonni agitati;
  • ti senti già stanca/stanco al mattino;
  • hai mal di stomaco o tachicardia prima di riunioni o call;
  • la domenica sera ti senti “chiudere”.

2. Segnali emotivi

  • ti senti svuotata/svuotato;
  • ti commuovi facilmente;
  • ti irriti per piccole cose;
  • ti senti “invisibile”, non vista/visto.

3. Segnali relazionali

  • eviti confronti;
  • ti senti fuori posto;
  • le dinamiche relazionali ti feriscono;
  • ti senti sola/solo anche se fai parte del team.

4. Segnali professionali

  • non impari più nulla (da tempo);
  • ti annoi profondamente;
  • non ti importa dei risultati;
  • ti chiedi spesso “ma cosa ci faccio qui?”.

Un esercizio per ritrovare ciò che ti dà energia

Ti propongo un esercizio semplice, tratto dal libro di Bettina Lemke, “Ikigai, il metodo giapponese per trovare il senso della vita per essere felici”.
Perché di felicità parliamo e, per riconoscerla, dovrai fare un piccolo sforzo.
Questo è un esercizio, semplice e molto bello, che uso spesso nei percorsi di orientamento.

Prenditi uno spazio tuo.
Carta, penna, silenzio.
E rispondi a queste domande.

1. Le cose che mi rendono più forte e/o mi comunicano energia sono:

Pensa alla vita: persone, gesti, luoghi, attività, passioni, musica e poi alle attività lavorative ma considera quelle che ti ricaricano.

2. I momenti in cui mi sono sentita/sentito davvero bene sono stati:

Racconta i momenti in cui, nella vita affettiva, nello studio, e nel tuo lavoro, ti senti o ti sei sentita/sentito bene. Scrivi cosa stavi facendo e dove c’era benessere nel corpo.

3. Le esperienze professionali più appaganti sono state:

Non guardare solo al ruolo, ma ripensa alle attività che ti venivano assegnate. Quali tra tutte ti hanno fatto sentire viva, vivo?

Perché funziona questo esercizio?

Perché riporta energia, riattiva il corpo, allarga le possibilità della mente.
Ti fa uscire dalla spirale del “problema” e ti porta in un luogo nuovo: quello della leggerezza e possibilmente della novità.

È da qui che si comincia a costruire.
È da qui che si disegna la rotta.

Cambiare lavoro richiede: forza, direzione e strategia.

Cambiare lavoro richiede molto più di una decisione improvvisa. È un movimento che nasce piano, come quando inizi a sentire una corrente tiepida che sotto la superficie ti tocca i piedi e capisci che, da qualche parte, c’è una direzione che ti chiama.

Per attraversarlo servono forza, direzione e strategia.
Servono ascolto, orientamento, strumenti, metodo e una mappa che si disegna passo dopo passo. Aggiungi anche un tempo buono e tanta capacità di non giudicare ciò che non va, ma di dirigere lo sguardo ai passi che invece ti fanno muovere.

Nel mio lavoro come consulente di carriera e guida nell’orientamento allo sviluppo del proprio potenziale, vedo persone che arrivano scariche e, dopo il primo incontro, iniziano a sentire leggerezza. E questo accade perché, quando riconosci come stai, e quando lo fai senza giudizio, senza fretta, allora permetti al nuovo di accadere e mostrarsi a te.

Una nuova rotta tutta da scoprire si apre.
Lo senti un frizzante vento in poppa?

Forse è il momento di iniziare il tuo viaggio, prenota la tua call gratuita.

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